Il tempo è il nostro giudice più severo. Ci chiediamo spesso come invecchiano i nostri progetti e come vengono abitati. Le scelte progettuali che abbiamo fatto si sono rivelate davvero funzionali? Per rispondere a questa domanda siamo tornati a trovare Emanuele Gatto nella sua casa-atelier, Terra Arsa, completata nel 2023, per vedere come l’architettura si sia trasformata attraverso il tempo e l’esperienza di chi la vive.
Abbiamo intervistato Emanuele Gatto per raccontare, attraverso le sue parole, la storia di questa casa: dalle prime idee condivise con noi, ai desideri più profondi che ne hanno guidato la progettazione, fino al risultato finale che oggi lo accompagna ogni giorno, nel lavoro e nella vita.
Un legame profondo con la terra e con la campagna mediterranea, alla ricerca di quel senso di appartenenza che solo un luogo familiare sa offrire. Una casa progettata intorno a lui, per chi vive di creatività e ha bisogno di uno spazio capace di ispirare, accogliere e trasformarsi insieme a chi lo abita.
Emanuele Gatto nasce nel 1981 a Copertino, Lecce. Vive e lavora tra Copertino e Francoforte, dove fa parte di Tschatsch Studios. Artista e traduttore autodidatta, la sua pratica esplora un ampio spettro di temi personali e collettivi legati all’identità e al senso di appartenenza, con particolare attenzione all’identità e alla cultura queer.
ORIGINE E VISIONE
Prima di incontrare FMA, avevi già una grammatica visiva in mente—riferimenti, memorie architettoniche, immagini accumulate nel tempo—o il progetto è nato da un’assenza, da qualcosa che non trovavi altrove?
I miei riferimenti erano legati essenzialmente a un paesaggio verace e a un’idea di ambiente delimitato da pietre, alberi, arbusti e muschi. L’architettura rurale tradizionale faceva parte di questo patrimonio quasi ancestrale, che sentivo profondamente mio; tuttavia non riuscivo a immaginare di ristrutturare un edificio esistente per andarci a vivere. C’è stata quindi una sorta di assenza – almeno sul piano architettonico – da cui partire per costruire qualcosa di nuovo all’interno di un paesaggio già dato.
Terra Arsa sorge in un uliveto decimato dalla Xylella. Costruire in un paesaggio segnato da una perdita collettiva così recente e dolorosa ha avuto un peso nella concezione del progetto?
Ha avuto un peso enorme. All’inizio gli ulivi secolari erano ancora imponenti e hanno influenzato profondamente la concezione del progetto. C’era ancora la speranza di poter salvare un paesaggio che tuttavia appariva già destinato a morire. La loro perdita ha rafforzato il senso di ciò che stavamo facendo. Il paesaggio si spegneva progressivamente, travolto dall’abbandono, mentre noi procedevamo nella direzione opposta, trasformando e costruendo lo spazio. A un certo punto il progetto è diventato un gesto più radicale, come se una tabula rasa si fosse aperta davanti a noi. Restava soltanto la luce: non si lavorava più all’ombra di alcuna chioma, tutto era esposto, visibile.
C’era una necessità precisa che questa casa doveva soddisfare, o il desiderio era più indefinito—qualcosa che sentivi senza ancora saperlo nominare?
Volevo abitare un luogo familiare. Rendere tangibile quella sensazione di benessere che si prova quando si è nel proprio habitat – una condizione che ho sempre associato alla campagna mediterranea.
Vivi tra Francoforte e il Salento—due paesaggi culturali e fisici radicalmente diversi. Questa doppia appartenenza ha orientato le scelte del progetto, o al contrario hai cercato in Terra Arsa un luogo che non fosse né l’uno né l’altro?
Terra Arsa è stata un approdo. L’esito di una riflessione: tornare spesso a casa, lavorarci, non perdere il contatto con la quotidianità locale e non sentirmi un vacanziere. La mia pratica artistica è profondamente legata alla dimensione rurale, mentre l’estetica urbana mi appartiene soprattutto nella misura in cui alimenta una libertà espressiva. In questo progetto, questi due elementi si sono intrecciati. Su queste basi è nato anche Casetta Studio, lo spazio rurale per l’arte contemporanea che ho fondato insieme a Cosimo Caroppo nello stesso terreno di Terra Arsa, come naturale estensione di questa ricerca e come luogo di produzione e condivisione.
IL PROCESSO
Prima di incontrare FMA, avevi già una grammatica visiva in mente—riferimenti, memorie architettoniche, immagini accumulate nel tempo—o il progetto è nato da un’assenza, da qualcosa che non trovavi altrove?
I miei riferimenti erano legati essenzialmente a un paesaggio verace e a un’idea di ambiente delimitato da pietre, alberi, arbusti e muschi. L’architettura rurale tradizionale faceva parte di questo patrimonio quasi ancestrale, che sentivo profondamente mio; tuttavia non riuscivo a immaginare di ristrutturare un edificio esistente per andarci a vivere. C’è stata quindi una sorta di assenza – almeno sul piano architettonico – da cui partire per costruire qualcosa di nuovo all’interno di un paesaggio già dato.
Prima di incontrare FMA, avevi già una grammatica visiva in mente—riferimenti, memorie architettoniche, immagini accumulate nel tempo—o il progetto è nato da un’assenza, da qualcosa che non trovavi altrove?
I miei riferimenti erano legati essenzialmente a un paesaggio verace e a un’idea di ambiente delimitato da pietre, alberi, arbusti e muschi. L’architettura rurale tradizionale faceva parte di questo patrimonio quasi ancestrale, che sentivo profondamente mio; tuttavia non riuscivo a immaginare di ristrutturare un edificio esistente per andarci a vivere. C’è stata quindi una sorta di assenza – almeno sul piano architettonico – da cui partire per costruire qualcosa di nuovo all’interno di un paesaggio già dato.
Prima di incontrare FMA, avevi già una grammatica visiva in mente—riferimenti, memorie architettoniche, immagini accumulate nel tempo—o il progetto è nato da un’assenza, da qualcosa che non trovavi altrove?
I miei riferimenti erano legati essenzialmente a un paesaggio verace e a un’idea di ambiente delimitato da pietre, alberi, arbusti e muschi. L’architettura rurale tradizionale faceva parte di questo patrimonio quasi ancestrale, che sentivo profondamente mio; tuttavia non riuscivo a immaginare di ristrutturare un edificio esistente per andarci a vivere. C’è stata quindi una sorta di assenza – almeno sul piano architettonico – da cui partire per costruire qualcosa di nuovo all’interno di un paesaggio già dato.
Prima di incontrare FMA, avevi già una grammatica visiva in mente—riferimenti, memorie architettoniche, immagini accumulate nel tempo—o il progetto è nato da un’assenza, da qualcosa che non trovavi altrove?
I miei riferimenti erano legati essenzialmente a un paesaggio verace e a un’idea di ambiente delimitato da pietre, alberi, arbusti e muschi. L’architettura rurale tradizionale faceva parte di questo patrimonio quasi ancestrale, che sentivo profondamente mio; tuttavia non riuscivo a immaginare di ristrutturare un edificio esistente per andarci a vivere. C’è stata quindi una sorta di assenza – almeno sul piano architettonico – da cui partire per costruire qualcosa di nuovo all’interno di un paesaggio già dato.
LA CASA
Terra Arsa è concepita come una casa-osservatorio—lo spazio come dispositivo per guardare il paesaggio. Come cambia questa relazione durante le diverse ore del giorno, con il variare della luce e delle stagioni?
Il punto di osservazione cambia continuamente, nell’arco della giornata e con il variare delle stagioni. L’altezza del sole, le ombre, la qualità della luce rendono lo spazio profondamente mutevole. È una bellezza a cui non ci si abitua facilmente.
Ogni casa ha una soglia invisibile—uno spazio, un angolo, una luce—che ne costituisce il cuore segreto. Qual è, per te, quello di Terra Arsa?
Attraversarla di notte, con la luna piena sopra di me.
Ricordi la prima volta che hai attraversato la soglia della casa finita? Cosa hai sentito?
Ero impaziente, quindi ovviamente la prima volta la casa non era ancora del tutto finita. Ricordo però tutte le volte successive, ogni volta che attraversavo la soglia e qualcosa di nuovo era stato completato.
Chi visita Terra Arsa per la prima volta—cosa coglie prima ancora di capire cosa sta guardando? C’è una reazione che si ripete?
“Ma chi ha progettato questa casa?”
A distanza di tempo, hai scoperto qualcosa di questa casa che non avevi previsto, qualcosa che ti ha sorpreso abitandola?
Sì: è difficile lavorarci, perché si sta troppo bene a non fare nulla, semplicemente osservando.
ARTE, SPAZIO, IDENTITÀ
Il tuo lavoro artistico ha un rapporto costitutivo con lo spazio—lo costruisci, lo abiti, lo trasformi. Vivere in uno spazio progettato intorno a te ha modificato qualcosa nel tuo modo di lavorare, o nel modo in cui pensi lo spazio come materia artistica?
Riappropriarmi dello spazio fa parte del mio modo di costruire identità. Anche la mia pratica artistica queer si sviluppa attraverso la presenza spaziale che mette in discussione modalità convenzionali dell’abitare e della relazione. In questo senso Terra Arsa non è solo una casa, ma un’estensione di quella ricerca. Il progetto ha rafforzato il desiderio di attivare e animare luoghi pensati per essere vissuti autenticamente, dando alla mia pratica una dimensione più radicata nel contesto.
Questa casa racconta qualcosa di te che le tue opere non dicono—o che dicono diversamente?
Le mie opere non cercano tanto di affermare quanto di aprire possibilità. Questa casa funziona allo stesso modo: non propone una lettura univoca, ma invita a muoversi tra diverse possibilità.
L’ospitalità ha una dimensione architettonica precisa: cambia il modo in cui uno spazio viene vissuto e interpretato. Terra Arsa ha trasformato il tuo modo di ricevere, di condividere la casa con gli altri?
L’ospitalità qui assume forme molteplici. La casa può essere vissuta da prospettive diverse, in base ai momenti e agli stati d’animo. Abbiamo avuto ospiti che non hanno mai lasciato la loro stanza e altri che non ci hanno mai messo piede. È letteralmente aperta: si entra e si esce da più punti, e si può anche abitarla restando all’esterno. In parte questa apertura riflette anche il modo in cui ho pensato Casetta Studio: non come spazio espositivo, ma come contesto poroso, in cui pratiche e presenze si intrecciano.

